junia pharma - linee guida sullo svezzamento - mamma e papà che danno da mangiare un omogenizzato alla figlia

Svezzamento: quando iniziare secondo le nuove linee guida dell’OMS

Quando si parla di svezzamento, inevitabilmente si parla di un capitolo cruciale nel percorso di crescita di ogni bambino. È il primo grande passo per introdurre il neonato alla scoperta del cibo, di nuovi sapori e nuove abitudini.
Con il termine svezzamento, infatti, si intende il passaggio da un’alimentazione esclusivamente liquida, a base di latte materno o formulato, a un’alimentazione mista, con apporto di cibi solidi o semisolidi. Spesso è un percorso ad ostacoli, il primo dei quali rappresentato del neonato stesso che mal sopporta il distacco dal seno materno.

L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha da poco aggiornato le sue linee guida sul tema per dare un aiuto concreto ai genitori che si trovano ad affrontare questa inevitabile fase di crescita.

Svezzamento? No, meglio parlare di alimentazione complementare

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità è più opportuno parlare di un cambiamento nella dieta alimentare del neonato: svezzamento infatti significa letteralmente togliere un vizio, ciononostante il termine non va demonizzato e inteso come perdita di un vizio potenzialmente dannoso, tutt’altro.

Durante le varie fasi dello svezzamento, l’alimentazione passa da quella composta esclusivamente dal latte ad un’alimentazione semi–solida, dove vengono piano piano introdotti nuovi cibi via via sempre più consistenti. A questa fase segue un’alimentazione completamente solida. Per questo, sempre in ambito scientifico, si preferisce parlare di “alimentazione complementare”, una definizione che sottolinea come il cibo solido vada ad aggiungersi (e non a sostituirsi) al latte, materno o formulato, che resta ancora per mesi l’alimento principale.
Numerosi studi sullo sviluppo infantile hanno infatti dimostrato che il latte materno è l’alimento migliore per il neonato ed è molto importante per la sua salute nei primi mesi di vita, soprattutto per prevenire infezioni gastrointestinali e respiratorie.

In linea generale, il lattante a sei mesi è pronto per iniziare la prima fase di svezzamento. Infatti, è intorno a questa età che si completa la maturazione intestinale, mentre lo sviluppo neurologico consente di afferrare, masticare e deglutire in maniera autonoma. A partire dagli otto mesi inizia il momento più adatto per introdurre gradualmente qualche novità nell’alimentazione del bambino.

Le regole sono sempre le stesse: cucinare in modo leggero, preferendo la cottura al vapore e aumentando la quantità di pastina, introducendo i legumi e incrementando l’uso dei formaggi. Giorno dopo giorno, cambiano anche le dimensioni e le consistenze degli alimenti: la carne può essere proposta sotto forma di pezzetti sminuzzati e non più sotto forma di cremina e si amplia sempre di più il ventaglio degli alimenti da proporre al bambino. Ad esempio, la pasta semplice con pomodoro fresco e un filo di olio extravergine di oliva può essere una giusta alternativa ai semolini e al riso.

Le linee guida dell’OMS allo svezzamento

I primi cibi introdotti nello svezzamento sono frutta e verdura, a cui seguono gradualmente carni e carboidrati. In aiuto a tutti i genitori del Mondo, l’OMS ha recentemente aggiornato le sue linee guida sullo svezzamento. Per praticità vi abbiamo riassunto i 6 punti principali:

  • L’OMS consiglia vivamente l’allattamento almeno per i primi sei mesi di vita, dopodiché è opportuno introdurre appunto alimenti semi-solidi. È una fase molto importante e va affrontata con tranquillità e cautela. Ogni alimento nuovo inserito nella dieta del neonato va sempre testato almeno per tre giorni, così da capire eventuali reazioni allergiche.
  • I cibi vanno offerti con il cucchiaino, senza forzare il bambino, consentendogli eventualmente di toccare cibo nel piatto e mangiare con le mani.
  • Non si deve insistere se non gradisce qualche alimento, ma alternare cibi diversi per colore, sapore e consistenza. Come buona pratica di fronte a un cibo rifiutato, è consigliato riproporlo dopo qualche giorno, magari cucinato in maniera differente.
  • Entro i 9-12 mesi il bambino dovrebbe aver provato un’ampia varietà di cibi e di sapori, abituandosi progressivamente a consumare oltre al latte, altri due pasti principali (pranzo e cena) e uno/due spuntini.
  • Compiuto l’anno di vita il bambino potrà mangiare molti dei cibi consumati dai membri del nucleo familiare. Può essere introdotto, infine, il latte vaccino intero come componente lattea della dieta, che comunque non dovrebbe essere assunto in quantità superiori ai 200-400 ml.
  • Zucchero e sale, invece, sono i nemici assoluti dello svezzamento e non devono essere introdotti nell’alimentazione del bambino prima di un anno. Anche dopo il compimento del primo anno è comunque meglio evitarli il più possibile.

Quando iniziare lo svezzamento

Non esistono schemi universali e tabelle di marcia: è un errore fissare una data insindacabile. L’età a cui abbiamo fatto riferimento per iniziare lo svezzamento è quella dei 6 mesi circa, durante la quale i bambini sono molto attivi, dormono meno di giorno e inevitabilmente capita che siano svegli durante i pasti della famiglia.

Iniziando a far sedere il bambino a tavola con i genitori, verrà stimolato sempre di più dalla curiosità nei confronti di ciò che mangia il resto della famiglia. Questo comportamento non è mirato a far mangiare al bambino il cibo dei grandi, bensì ad imitarli. In questo modo il bambino inizierà a voler partecipare a ciò che sta accadendo a tavola, agitandosi e tendendo le manine. È il segnale inequivocabile che è giunto il momento di accontentarlo: il consiglio è di prendere un po’ di cibo sminuzzato e lasciarglielo a portata di mano.

Autosvezzamento: quali sono le differenze con i metodi più tradizionali

Quando si parla di assecondare la curiosità dei neonati in età da svezzamento nei confronti del cibo, il pensiero corre subito alla pratica dell’autosvezzamento di cui sempre più spesso si sente parlare.
In cosa consiste? Sostanzialmente, sarebbe meglio parlarne chiamandola “alimentazione complementare a richiesta” (ACR) e quello su cui punta è eliminare in fase di svezzamento la necessità di affidarsi a tabelle, schemi e orari preimpostati, dando più libertà al bambino di manifestare interesse nei confronti del cibo dei genitori, facendolo sedere a tavola durante il pasto e offrendogli un piccolo assaggio a tutte le portate.

Questo non significa che le poppate vadano eliminate del tutto, tutt’altro. Continueranno con la cadenza abituale ma, inevitabilmente, quelle a ridosso del pranzo e della cena diventeranno sempre meno consistenti fino a scomparire. Si tratta quindi di un processo graduale: il bambino sceglie (da qui la definizione “alimentazione complementare a richiesta”) cosa mangiare dalla tavola dei grandi iniziando da piccolissimi assaggi, integrati dalla consueta dose di latte, per poi passare un po’ alla volta ad assaggi sempre più vari e grandi, che diventeranno piccole porzioni e infine pasti completi.

Per il neonato, la nuova alimentazione è tutta una scoperta: va da sé che occorre una buona dose di pazienza di fronte ai capricci. Per seguire le linee guida aggiornate dell’OMS sullo svezzamento dei neonati è comunque possibile consultare il sito ufficiale del Ministero della Salute, dove sono riportate tutte le informazioni necessarie. Sarà comunque il pediatra di fiducia a seguire i genitori durante tutto lo svezzamento, valutando quali cibi introdurre passo dopo passo.

Latte di proseguimento

Cosa si intende quando si sente parlare di latte di proseguimento? Indicato anche come latte di tipo 2, viene generalmente introdotto nell’alimentazione dei neonati a partire dai 6 mesi, in concomitanza con l’inizio dello svezzamento. Come abbiamo già approfondito, questa fase porta con sé molti cambiamenti nell’alimentazione del neonato ed è quindi necessario un latte con specifiche caratteristiche nutrizionali, che integri la fase dello svezzamento tra i 6 e i 12 mesi.

Le formule di proseguimento a base di latte di capra risultano particolarmente indicate fino al compimento del primo anno di età rispetto al latte vaccino, dal momento che quest’ultimo risulta essere povero di ferro e troppo ricco di grassi e proteine, inadatto perciò a soddisfare le esigenze di un bambino così piccolo.